pH
In ogni acqua sono contenute piccole quantità di ioni idrogeno
(forma chimica: H+) e ioni ossidrile (OH-). La reazione acida, alcalina
o neutra di un'acqua dipende dalla concentrazione di ioni idrogeno.
Se in un'acqua ci sono più ioni idrogeno che ioni ossidrile,
l'acqua dal punto di vista chimico è acida, in caso contrario
è basica (detta anche alcalina).
Il valore pH (proposto nel 1909 dal chimico danese S.P.L.Soerensen)
è correlato alla concentrazione degli ioni idrogeno (H+)
nella soluzione acquosa.
Dato che generalmente questa concentrazione è molto bassa
si preferisce riferirsi, invece che alla concentrazione stessa,
al suo logaritmo negativo –log(H+), detto "valore di
pH" (per es.: una concentrazione di 0,0000001 mol/l di ioni
H+ corrisponde a pH = 7.
Un valore di pH uguale a 7 sta ad indicare che il numero degli ioni
idrogeno (H+) è uguale a quello degli ioni ossidrile (OH-).
Una soluzione neutra ha pH= 7, una soluzione basica ha pH >7,
una soluzione acida infine ha pH <7.
Il
pH delle acque naturali è un elemento di giudizio molto importante,
valori molto più bassi o più alti dell'intervallo
consentito indicano un inquinamento rispettivamente da acidi o da
basi forti.
Conducibilità
Il dato di conducibilità indica con immediatezza il grado
di mineralizzazione delle acque.
Essa si esprime in microsiemens per cm (1µS/cm = 10-6 ohm-1x
cm-1) e fisicamente corrisponde al reciproco della resistenza offerta
dall'acqua.
Se
il valore è alto si tratta di un'acqua ricca di sali, se
è basso si tratta di un'acqua povera di sali povera.
La
maggior parte delle acque ha una conducibilità compresa da
100 a 1000 µS/cm.
Durezza
La durezza dell'acqua è dovuta alla naturale presenza in
essa del calcio e del magnesio; quest'ultimo è normalmente
presente in concentrazione minore rispetto al calcio.
In relazione al concetto di durezza si ritrovano frequentemente
le seguenti espressioni:
Durezza
totale
è la durezza propriamente detta: essa può essere espressa
in gradi francesi F (1°F=10 mg/l CaCO3) o in gradi tedeschi
D (1°D=10,0 mg/l CaO).
I valori consigliati sono compresi tra 15 e 50 °F.
Durezza temporanea o durezza
carbonatica è quella frazione della durezza totale
che può essere allontanata dall'acqua con un'ebollizione
prolungata; in tal modo gli ioni Ca e Mg si legano ai Carbonati
e formano un composto insolubile che precipita. Tale valore dipende
evidentemente anche dalla concentrazione iniziale dei Bicarbonati
presenti.
La frazione di durezza residua dopo questa operazione (ebollizione)
è detta durezza permanente o
durezza non carbonatica ed è
dovuta alla presenza di anioni diversi dai Bicarbonati, e cioè
principalmente Solfati, Nitrati, Cloruri e Fluoruri.
Dipendentemente dal pH e dall'alcalinità un'acqua molto dura
(>38°F o 21°D) provoca deposito di incrostazioni nelle
tubazioni, in particolare negli impianti di riscaldamento, e richiede
nel lavaggio della biancheria un elevato consumo di detersivi, mentre
un'acqua dolce (< 13°F o 7°D) al contrario è addirittura
corrosiva per le tubazioni metalliche.
Sebbene
un certo numero di studi epidemiologici abbia dimostrato l'esistenza
di una correlazione negativa tra durezza dell'acqua potabile e malattie
cardiovascolari i dati disponibili non consentono di concludere
che tale associazione sia causale.
Non viene pertanto proposto alcun valore di linea guida basato su
criteri di protezione della salute. Tuttavia il grado di durezza
di un'acqua può influire sulla sua accettabilità in
termini di sapore. L'OMS (organizzazione mondiale della Sanità)
indica infatti un valore massimo di 500mg/l di ioni Calcio, al fine
di evitare sapori sgradevoli dell'acqua.
Inoltre l'assunzione di elevati quantitativi di calcio potrebbe
acuire il quadro di calcolosi renale.
Alcalinità carbonatica (CO3) e bicarbonatica (H CO3)
L'alcalinità in generale si riferisce all'insieme delle sostanze
che reagiscono con un acido.
Nelle acque naturali queste sostanze sono costituite per la massima
parte da carbonati e bicarbonati. I
carbonati e i bicarbonati hanno un effetto stabilizzante sul pH
dell'acqua, si parla in questo caso di potere tampone.
Carbonati, bicarbonati e biossido di carbonio, che forma l'acido
carbonico, sono in equilibrio tra loro dipendentemente dal pH dell'acqua.
In un'acqua con pH=7 ad esempio si ha circa il 20% di biossido di
carbonio e circa 80% di bicarbonati mentre i carbonati sono praticamente
assenti.
Con un pH=8,5 nell'acqua si trovano solo bicarbonati, ad un pH maggiore
di 8,5 aumenta la quota dei carbonati a sfavore dei bicarbonati.
Come descritto nel paragrafo "durezza" l'alcalinità
bicarbonatica è collegata alla durezza carbonatica. Un'acqua
dura con un'alta alcalinità bicarbonatica se scaldata causa
molti depositi incrostanti (ad esempio negli impianti di riscaldamento).
Ammonio, Nitrati e Nitriti
Sono indice di contaminazione organico-fecale, in quanto derivano
principalmente da processi di decomposizione del materiale organico
azotato (proteine) presente in acqua, possono anche derivare dall'utilizzo
di fertilizzanti. Mentre l'ammoniaca (ammonio) e i nitriti indicano
una contaminazione organica più recente, invece i nitrati
indicano una contaminazione pregressa, in quanto essi costituiscono
l'ultimo stadio del processo di ossidazione dell'ammoniaca, tuttavia
i nitrati possono derivare anche dalla solubilizzazione del materiale
roccioso o dal dilavamento dei terreni con fertilizzanti a base
di nitrato d'ammonio. Elevate concentrazioni di nitrati possono
provocare nei neonati la metaemoglobinemia (cioé
impediscono al sangue di portare l'ossigeno ai tessuti). I nitrati
introdotti nell'organismo si riducono a nitriti e a contatto con
le ammine (-NH2) formano le nitrosammine, sospette
di essere cancerogene.
Il
valore guida (5 mg/l) per i nitrati è stato stabilito per
prevenire la metaemoglobinemia infantile.
Cloruri
I cloruri nell'acqua derivano dalla composizione dei suoli, da scarichi
industriali e urbani, dall'uso dei sali utilizzati per sciogliere
il ghiaccio sulle strade.
Concentrazioni
eccessive di cloruri in un'acqua in funzione dell'alcalinità
o dell'acidità dell'acqua stessa accelerano la corrosione
dei metalli nelle reti di acquedotto.
Concentrazioni
di cloruri superiori a 250 mg/l possono causare un sapore indesiderabile
all'acqua e alle bevande.
Effetti avversi alla salute si possono verificare a concentrazioni
uguali o superiori a 200 mg/l.
Fluoruri
La loro origine è solitamente naturale (rocce vulcaniche),
possono anche derivare da industrie di fertilizzanti e dell'alluminio.
Generalmente
nelle acque i livelli di fluoro sono inferiori a 1,5 mg/l ma in
aree ricche di minerali contenenti fluoruri le acque sotterranee
possono contenerne circa 10 mg/l.
Non hanno effetti tossici ma livelli di fluoruri
superiori a 1,5 mg/l possono causare la fluorosi dentale (annerimento
dello smalto dei denti).
Poiché
d'altra parte i fluoruri hanno effetti benefici nella prevenzione
della carie dentaria in alcune aree essi vengono aggiunti artificialmente
all'acqua potabile (fino a 1 mg/l) .
Solfati
I solfati sono tra gli anioni meno tossici, tuttavia alte concentrazioni
di solfati possono causare effetti lassativi e irritazioni gastrointestinali.
La presenza dei solfati nelle acque deriva da numerosi minerali,
soprattutto depositi di gesso e dalle deposizioni atmosferiche.
In
concentrazioni superiori a 250 mg/l i solfati provocano un sapore
amaro all'acqua.
Nichel
Può derivare da effluenti di acciaierie e industrie chimiche.
Può provocare la comparsa di dermatiti da contatto, patologie
gastrointestinali, epatiche e renali. E' genotossico e cancerogeno.
Rame
Può derivare per corrosione dalle tubature. Per brevi esposizioni
può provocare: dolori gastrointestinali e a lungo termine:
danno a fegato e reni.
Cromo
E' presente in natura nella crosta terrestre e, in piccole quantità,
in organismi vegetali e animali, è presente anche nei rifiuti
industriali. E' genotossico.
Cianuro
Deriva dagli scarichi delle industrie metallurgiche e dall'uso di
fertilizzanti. Può provocare danni alla tiroide e al sistema
nervoso centrale.
Ferro
E' uno tra i principali componenti della crosta terrestre. Può
derivare dall'uso di flocculanti e per rilascio dalle tubature.
Può provocare disturbi gastrointestinali.
Sodio
Deriva dai deposito di salgemma. Può provocare nausea, vomito,
ipertensione arteriosa, contratture muscolari.
Alluminio
Viene utilizzato come flocculante. E' tossico può indurre
la comparsa del morbo di Halzaimer.
Coliformi
fecali (Escherichia
coli)
La loro presenza è indice di contaminazione recente,
poichè non si adattano bene all'ambiente esterno. Indicano
inefficienza del sistema di disinfezione, poichè sono facilmente
controllabili con le normali tecniche di disinfezione.
Alcuni ceppi patogeni sono in grado di produrre enterotossine che
inducono ipersecrezione dei liquidi nell'intestino. Patologia:colite
emorragica.
Ai
Coliformi fecali (dei quali si prescrive l’assenza in campioni
di 100 ml d'acqua) appartiene un gruppo di batteri costituito in
prevalenza da Escherichia coli, lattosio fermentanti con
idrolasi termostabili; ma ricadono nel gruppo qualche stipite di
Klebsiella, Enterobacter e Citrobacter
termotolleranti che abbia acquisito la capacità di svilupparsi
a 44±0.5°C.
Coliformi
termotolleranti (in precedenza definiti termostabili) possono essere
presenti in effluenti industriali o nel terreno a seguito del decadimento
delle piante, o, più in generale, della sostanza organica.
Se
essi sono presenti si consiglia di ricampionare immediatamente l’acqua
da sottoporre a nuovi accertamenti.
Il
significato da attribuire ai Coliformi fecali in rete è quello
di contaminazione in atto. Il
loro rinvenimento in acque destinate al consumo umano, segnala,
anche, la mancata efficienza del trattamento di clorazione.
Coliformi
totali
La loro presenza è indice di inquinamento pregresso,
poichè sono organismi facilmente adattabili all'ambiente
esterno, ma non di contaminazione fecale. Inoltre sono indicatori
dell'inefficienza dell'impianto o dell'inadeguatezza della rete,
in quanto tali microrganismi possono ricomparire in rete per contaminazione
secondaria o per fenomeni di ricrescita batterica, a causa della
presenza di carbonio organico assimilabile.
Per
Coliformi totali si intende quel gruppo di specie, appartenenti
a più di un genere delle Enterobatteriacee (Escherichia,
Citrobacter, Klebsiella, Enterobacter e pochi altri) che provocano
entro 24-48 h, alla temperatura di 35-37°C, la fermentazione
del lattosio con produzione d'acido e gas in terreni idonei.
Si
tratta di batteri bastoncellari, gram negativi, non sporigeni, aerobi
o facoltativamente aerobi, beta-galattosidasi positivi, ossidasi
negativi.
La
dimostrazione dei Coliformi non fecali in quanto correlata a specie
di maggiore adattabilità all’ambiente esterno e quindi
capaci di una più lunga sopravvivenza è meno necessariamente
riferibile alla contaminazione fecale recente.
Nelle
acque potabili, i Coliformi totali dovrebbero essere assenti nella
maggior parte delle analisi (95%). Si tollera una presenza limitata
(solo il 5% delle analisi eseguite e non oltre il livello di 3-5
U.F.C./100 ml) in considerazione che in questo gruppo sono compresi
germi ambientali quali Serratia (S. fonticola), Rahnella
(R. aquatilis), Buttauxiella (B. agrestis) accanto
ai generi che si ritenevano in precedenza l’unica espressione
d'inquinamento tellurico: Citrobacter, Enterobacter,
Klebsiella, anche se alcuni di loro potevano essere associati
occasionalmente alle feci.
Se
Coliformi totali sono presenti in assenza di quelli termotolleranti
o di E. coli occorrerebbe identificarne la specie per ipotizzarne
l’origine ed eseguire un’accurata ispezione sanitaria.
Il
loro ritrovamento, tollerabile alla fonte, non lo è più
in rete. In
quest’ultimo caso lo potrebbe essere solo per le acque non
trattate, ma unicamente se la loro comparsa fosse contenuta, sporadica
e occasionale.
A
seguito di due successivi ritrovamenti si dovrebbe pianificare un
intervento disinfettivo o installare un impianto di potabilizzazione.
Qualora anche questo non raggiungesse lo scopo è obbligatorio
varare piani per proteggere meglio la sorgente o trovare altri punti
da cui derivare l’acqua.
Il
significato da dare alla presenza dei Coliformi totali è
dunque quello di superficialità ovvero contatto
dell’acqua con l’ambiente esterno, di contaminazione
in atto, di presenza di carbonio organico assimilabile che può
indurre ricrescita di questi organismi in rete, d'inefficienza della
disinfezione.
Enterococchi
La presenza di tali organismi in rete è indice dell'inefficienza
di clorazione, mancanza di un sistema di pressione stabile all'interno
delle tubature, tale da non consentire la penetrazione dei germi
dal suolo o da fognature vicine, resistono alla disidratazione,
per cui va determinata la presenza sia dopo la messa in posa di
tubature che dopo le riparazioni. Sono anche indice
di contaminazione da parte di acque superficiali.
Sono indice di rischio di trasmissione di malattie a circuito oro-fecale.
Patologia: infezioni al tratto urinario, ascessi
intraddominali, infezioni dei tessuti molli.
Per
essi si prescrive l’assenza in un volume di 100 ml d'acqua.
Gli
streptococchi fecali includono oggi due generi Streptococcus (S.bovis,
S.equinus) ed Enterococcus cui appartengono le specie E.avium,
E.coecorum, E.durans, E.faecalis, E.faecium, E.allinarum, E.hirae
mundtii, presenti nelle feci animali, ma anche E.casseliflavus,
E.faecalis liquefaciens, E.solitarius, E.malodoratus,diffuse
sulle piante.
Gli
Streptococchi fecali sensu sticto, sono quelli che possiedono l’antigene
D di Lancefield e cioè quelli che un tempo, erano detti Streptococcus
faecalis, S.faecium, S.durans, S.bovis,
S.equinus e S.salivarius. Vi appartengono diverse
specie (S. faecalis, S. faecium, ecc.).
Di
essi si affermava che non si moltiplicano nell’ambiente, ma
questa asserzione si limita ai soli streptococchi fecali tradizionalmente
definiti.
Rispetto
ai Coliformi tutti gli streptococchi fecali sono più resistenti
all’ambiente esterno, alla clorazione e al disseccamento cui
possono andare incontro negli aerosols aerodispersi e nel suolo.
Il
significato da attribuire al ritrovamento di S.fecali in rete è
quello di una contaminazione in atto,
della inefficienza del trattamento di clorazione,
della presenza d'alternanze nell’erogazione dell’acqua,
della mancanza, cioè, del mantenimento di uno stato di pressione
all’interno della tubatura tale da non consentire la penetrazione
di questi germi dal suolo o da fognature vicine.
Inoltre,
si tratta d'organismi che resistono meglio alla disidratazione perciò
si deve programmare per essi un controllo di "routine"
alla prima messa in posa di tubatura, come pure dopo le riparazioni
eseguite nei tratti vecchi.
Indicano
anche dilavamento del suolo e
inquinamento da parte d'acque superficiali.
Clostridi
solfito-riduttori
Altri indicatori di fecalizzazione e di rischio teorico sono le
spore dei Clostridi solfito-riduttori. In
realtà, sarebbe più giusto identificare tra essi la
specie Clostridium perfringens, poichè i solfito-riduttori
sono molto diffusi nel suolo e nell’ambito idrico, specie
quello che va incontro a crisi di carenza d'ossigeno.
Per
il gruppo generico dei "Clostridi solfito-riduttori" la
legge italiana fissa il valore di 0/100 ml senza tenera conto che
tra essi possono essere presenti germi ambientali. Lo
stesso Cl. perfringens è contenuto nelle feci, ma
è anche diffuso nell’ambiente, seppure in titoli ridotti
in assenza di fecalizzazione.
La
discriminante tra acque inquinate e non, si basa sulle concentrazioni.
Per acque superficiali valori inferiori a 50/100 ml sono compatibili
con situazioni di mancata contaminazione fecale, mentre tra 50 e
200/100 ml segnalano fecalizzazione.
Il
loro significato nell’acqua potabile sta ad indicare una contaminazione
precedente (specie se non c’è associazione
con il contestuale rilevamento di Coliformi e streptococchi) e anche
deficienza dei trattamenti disinfettivi,
che, per eliminare le spore, devono essere più spinti.
I
Clostridi una volta immessi nell’ambiente sopravvivono più
a lungo di E.Coli, dei Coliformi termotolleranti, degli
stessi streptococchi fecali.
La
loro presenza in acque disinfettate indica deficienza
del trattamento di potabilizzazione, inefficienza
della filtrazione, possibile presenza
di protozoi, contaminazione intermittente,
contaminazione remota.
Grazie
alla loro persistenza ambientale il loro ritrovamento, non associato
alla presenza di più usuali germi indicatori d'inquinamento
fecale, può dar luogo a falsi allarmi.
Carica
batterica a 22°C e a 37°C
Le
cariche batteriche a 37 e 22°C sono da considerare tra gli indicatori
di scarsa protezione di un’acqua all’origine o
di contatto delle condutture con l’ambiente esterno.
Batteri
ambientali indicatori di scarso isolamento dell’ambiente esterno
sono: Flavobacterium, Acinetobacter, Serratia,
Aeromonas, Legionella, Micobacterium.
La
stima degli eterotrofi su PCA a 37°C, perciò si fissa
il limite a 10 UFC/ml, indica fecalizzazione,
superficialità e scarsa
protezione. Questi ultimi due significati valgono
anche per la conta a 22°C (100 UFC/ml) che, però, addizionalmente
sottolinea la presenza di sostanza organica
(COA) e di biofilm in rete oltre ad evidenziare
inefficienza del sistema di sanitizzazione applicato.
La
conta batterica a 37°C aumenta i sospetti d'inquinamento fecale,
segnala cambiamenti indesiderabili e dovrebbe indurre ad eseguire
ispezioni.
La
conta è impropriamente definita "totale"; in realtà
è sempre limitata alle forme che conservano la capacità
di riprodursi sui terreni selezionati.
I
tempi di crescita non tengono conto della pluralità delle
forme includibili in questo parametro e del loro diverso grado di
vitalità.
La
conta batterica a 22°C non ha alcun significato sanitario a
meno che tra i microrganismi che la compongono non abbiano acquisito
una "virulenza" legata alla resistenza agli antibiotici,
ai metalli pesanti, ecc.. Metodologie analitiche consentono di ipotizzare
questo pericolo attraverso la citotossicità. Sempre
più diffusi sono inoltre microrganismi occasionalmente patogeni,
come sempre più numerosa è la fascia di popolazione
che ha deficienti coperture immunitarie.
Un
alto numero di flora microbica psicrofila è indesiderabile
per la preparazione d'alimenti e bevande.
I
germi psicrofili sono fondamentali nei processi di rivestimento
interno delle reti, concorrono ai fenomeni di biocorrosione possono
facilitare la persistenza in rete di forme biologiche anche metazoiche
a vita libera, che anche se non pericolose, sono senz’altro
sgradite all’utenza.
Enterobatteri
Affinchè
una specie patogena sia in grado di produrre la "patologia",
ossia affinchè il rischio reale si traduca in effettivo,
occorre che essa sia presente nella dose giusta.
Questa
per Salmonella varia da 10 a 10; più contenuta è quella
di Shigella (10¹-10², che in base a questa osservazione
è ritenuto un genere in grado di segnalare il livello igienico
di una società.
Shigella
è rilevabile in campioni d'acqua di popolazioni tra le quali
non serpeggino gastroenteriti d'origine diversa. E.coli
enterotossici per indurre malattie in individui normali necessitano
di quantità di 10 .
Per
Vibrio cholerae, sierotipo patogeno, la dose infettante
è 10, mentre per Yersinia enterocolitica, sierotipo
patogeno, è di 10 e per Campylobacter fetus jejunii
oscilla tra 500 e 10 .
Le
alte dosi necessarie per certi patogeni batterici per ingenerare
patologie è difficile che, nelle condizioni di trattamento
attuale per le acque potabili, si possano trovare nell’acqua
da bere, ma è molto più probabile che l’acqua,
essendo anche usata per la preparazione d'alimenti, possa produrre
le dosi richieste in questi ultimi che diverrebbero substrato da
crescita almeno per alcuni di questi microrganismi.
Pseudomonas
aeruginosa
Pseudomonas, che può avere significato di scarsa
protezione dell’acqua e della rete dell’ambiente
esterno è, tuttavia, talmente diffuso ovunque che fa parte
anche della flora d'acquiferi anche protetti.
Ad
esso, che tra l’altro ha grande capacità di ricrescita
in rete e di resistenza alla clorazione grazie alla produzione di
SPE (Sostanze Polimeriche Extracellulari), si guarda con apprensione
perchè è un germe tipicamente ambientale, ma occasionalmente
patogeno.
Pseudomonas
aeruginosa si ritrova sia nelle acque clorate sia in quelle
non clorate (di provenienza sotterranea, sia alla sorgente sia alla
distribuzione.
La
concentrazione di cloro che, comunque, uccide questo microrganismo,
è di 1 mg/l.
Esso
è considerato, così, un batterio indicatore
della qualità e della efficacia
del trattamento delle acque.
La
sua patogenicità si estrinseca per ingestione (forme gastrointestinali
rilevabili in neonati) e per contatto (infezioni di ferite o patologie
degli epiteli), ma riguarda, nell’ambito di una specie, solo
specifici sierotipi.
Staphylococcus
aureus
La principale riserva naturale degli stafilococchi patogeni è
l’uomo: il contagio può avvenire in modo diretto oppure
attraverso l’ambiente, poichè sono ubiquitari e capaci
di sopravvivere a lungo nell’ambiente esterno.
Per
quanto riguarda l’acqua potabile, la loro ricerca è
importante quando questa è utilizzata per essere imbottigliata
o per preparare alimenti. Nel primo caso, la presenza degli stafilococchi
patogeni rivela scadenti condizioni igieniche dell’ambiente
di produzione e degli impianti, nel secondo caso,
la loro presenza può essere causata da contaminazione degli
alimenti che possono favorire la loro riproduzione e, quindi, la
produzione delle enterotossine responsabili delle tossinfezioni
alimentari da stafilococchi. La mancata correlazione tra presenza
di S.aureus e di coliformi dipenderebbe dal fatto che Bacillus
sp., Flavobacterium sp., Actinomyces sp. e Micrococcus sp.,
possono impedire la crescita dei coliformi. La presenza di questi
ultimi , infatti, può essere mascherata sia con il metodo
MPN sia con quello MF, specie se la CBT è elevata. Si consiglia
di indirizzare la ricerca nei centri rurali dove l’acqua sia
condotta da pozzi o al limite, dove esistano piccoli acquedotti
che erogano acque da corpi idrici superficiali o da falde poco protette,
infine, dove non esistono potabilizzatori o dove la disinfezione
non sia continua.
Alla
notevole capacità di sopravvivere nell’ambiente esterno,
si aggiunge anche quella di resistere all’azione del cloro.
S.
aureus è più resistente dei coliformi fecali.
La ricerca andrebbe effettuata su volumi compresi tra 100 e 250
ml secondo la minore o maggiore opalescenza dell’acqua.
Protozoi
patogeni
Tra gli indicatori di fecalizzazione occorre includere i protozoi
patogeni (Entamoeba histolitica, Balantidium coli, Giardia lamblia,
Cryptosporidium, Microsporidium).
Le
dosi necessarie per indurre una patologia sono molto contenute (1-10
cisti) per i protozoi. Nei confronti di questi organismi non si
sviluppa mai nessuna immunità.
Per
queste forme si prescrive l’assenza in grandi
volumi d’acqua.
Il
loro significato in rete indica contaminazione fecale.
I sistemi disinfettavi (massimamente quelli con cloro) non sono
efficaci nella inattivazione di cellule infettive, se non a dosi
particolarmente elevate, non applicabili per controindicazioni tossicologiche
e ingegneristiche (corrosione di tubature metalliche).
I
metodi di ricerca non sono standardizzati e risentono delle perdite
che si possono realizzare nella fase di concentrazione di grandi
volumi.
Elminti
patogeni
Nei confronti di questi organismi non si sviluppa mai nessuna immunità.
Gli
elminti potenzialmente trasmessi con l’acqua destinata al
consumo umano si possono distinguere in 3 gruppi.
Il
primo comprende i vermi che si sviluppano in copepodi
e che sono assunti dall’uomo con l’acqua che contiene
l’ospite crostaceo. Vi appartengono cestodi
(vermi piatti) (Spirometra) e nematodi
(vermi tondi) (Dracunculus).
Nel
secondo gruppo rientra una miscela di vermi piatti
e tondi le cui larve penetrano attraverso la pelle e le mucose (Schistosoma,
Ancylostoma)
Nel
terzo gruppo rientrano Ascaris, Trichuris Strongyloides,
Enterobius, Fasciola, Hymenolepis, Echinococcus.
Le
uova o cisti sono infettive per l’uomo. Le più diffuse
elmintiasi intestinali che hanno probabilità di verificarsi
in Italia sono dovute ad Ascaris e Trichuris, ma per
questi vermi l’acqua potabile non è la via prevalente
di diffusione.
Il
loro significato in rete indica contaminazione fecale.
I
sistemi disinfettivi (massimamente quelli con cloro) non sono efficaci
nella inattivazione delle uova d'elminti e degli elminti.
I
metodi di ricerca non sono standardizzati e risentono delle perdite
che si possono realizzare nella fase di concentrazione di grandi
volumi.
Attinomiceti
Tra gli indicatori di scarsa protezione o di contatto con l’ambiente
esterno vanno compresi gli attinomiceti (Streptomyces, Nocardia,
Micromonospora).
Si
tratta di forme transienti nell’ambiente idrico, che, invece,
hanno una larga diffusione nel suolo.
Miceti
Miceti o funghi, sono organismi immobili e comprendono i lieviti
e le muffe.
Appartengono
al regno vegetale ma sono privi di clorofilla. In genere hanno una
struttura morfologica costituita da innumerevoli filamenti di cellule
dette "ife", intrecciate fra di loro e costituenti il
micelio.
Le
muffe d’acqua, morfologicamente più semplici, non hanno
la tipica forma a micelio dei funghi, ma si presentano come organismi
a forma di sacco con scarse e corte ife.